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De Rerum Communicatione

Riflessioni su qualsiasi cosa riguardi la comunicazione, per ora principalmente anime e film d'animazione

Koe No Katachi – La forma della voce – The shape of voice Riflessioni [CONTIENE SPOILER]

Posted by on 28 Ott, 2017 in Film d'animazione |

La forma della voce” (Koe No Katachi) è un film d’animazione nipponico uscito più di un anno fa in Giappone e pochi giorni fa nelle sale italiane. Diretto da Naoko Yamada, il film è l’adattamento anime del manga “A Silent Voice” di Yoshitoki Ōima.
Per le seguenti riflessioni, che riguardano esclusivamente il film, non sarà fatto alcun confronto con il manga da cui è tratto. I nomi verranno citati nella forma: Nome – Cognome.

La trama in breve:

Il protagonista, Shōya Ishida, è un piccolo bullo ignaro di come sia realmente modellato il mondo, e ciò diviene palese quando in classe sua e dei suoi compagni arriva una nuova piccola studentessa, Shōko Nishimiya, purtroppo sorda. Di lì a poco quest’ultima viene presa di mira dal gruppo prima citato fino a quando dopo gravi problemi viene trasferita. In seguito, probabilmente il senso di colpa porta il protagonista a volersi riscattare e a rimediare a tutto ciò che ha causato a se stesso e agli altri.
Il nostro ragazzotto riesce a incontrare Shōko dopo tanto tempo e subito tenta (anche involontariamente) di instaurare un rapporto vero e sincero con lei.
Sempre da solo, riesce anche tra il volontariamente e l’involontariamente a farsi un amico: Tomohiro Nagatsuka, un ragazzo tozzo e dai capelli poco credibili che riesce a far combaciare la solitudine di entrambi a modo suo.
Col passare dei giorni Shōya tenta di instaurare un rapporto con Shōko e la sua sorellina Yuzuru, e di riavvicinare i loro vecchi compagni, inizialmente fallendo e mandando tutto a rotoli.
Il tentativo di suicidio di Shōko e il coma di Shōya sono il punto di svolta del film che porta i personaggi, questi due in primis, a conquistare un nuovo grado di consapevolezza di sé.

I personaggi:

Shōya Ishida: Shōya è ironicamente e metaforicamente sordo, cieco e muto, così come i suoi compagni, sia da bambino che per buona parte del film. È sordo perché non sa ascoltare ciò che gli sta attorno, soprattutto le grida goffe e per la maggior parte delle volte silenziose di Shōko; è cieco per un motivo simile, e anche perché non riesce a vedere per tempo come gli altri siano forse diventati peggiori di lui, ma soprattutto perché non riesce a capire di avere grandi colpe, e di conseguenza a vedere come il dolore a cui assiste, tra cui quello di sua madre e della madre della bambina dai rosei capelli, sia causato da lui. È infine muto perché non sa assumersi le responsabilità di questo dolore, non sa chiedere scusa.
Inizialmente lo Shōya ragazzo (diciottenne) sembra aver preso coscienza di gran parte di queste cose, ma ciò non basta a liberarlo da quello che ha causato e successivamente subìto (prima bullo, poi progressivamente passa dall’altro lato). Ha molte cose da fare: deve superare il senso di colpa, deve perdonarsi senza essere egoista, deve dare qualcosa a chi ha visto togliersi qualcosa da lui; gli si prospetta un percorso di crescita e cambiamento senza precedenti e che sembra a tratti impossibile, ma è particolare perché molto lento, con ricadute abissali istantanee e corse estremamente brusche.
Shōya è inizialmente un personaggio assolutamente detestabile, nonostante sia un bambino, e forse la condizione in cui si trova più tardi può sembrare la giusta punizione per lui, ma non è così. È diventato anch’egli vittima e si è reso conto di avere lo stesso dubbio che lo lega in uno dei momenti fondamentali del film a Shōko: è giusto che io viva o no?
La sua scelta di provare a “sacrificarsi” per quest’ultima rappresenta per questo personaggio il primo vero passo verso la sua risposta alla domanda.

Shōko Nishimiya: Shōko si deve rapportare all’immenso problema dell’incomunicabilità amplificato dalle sfortunate condizioni fisiche, e si fa ambasciatrice sia di una sconfitta che di una vittoria.
Questo perché gli insormontabili ostacoli che le si sono parati davanti l’hanno più volte bloccata e convinta che morire fosse l’unica soluzione per non essere infelice e non rendere nessuno infelice. Come  Shōya è consumata dal senso di colpa, che però assume una forma diversa: non si riferisce all’aver fatto del male che poteva essere evitato, si tratta dell’essersi convinta di averlo arrecato agli altri. È ovvio che per una bambina non ci possa essere altra spiegazione, e nonostante il tempo ciò che si è ramificato in lei non può essere reciso così facilmente.
Anche lei deve perdonarsi in fondo, e deve anche perdonare chi davvero le ha fatto del male, e ci riesce. Nel secondo caso in particolare non si tratta ovviamente di un perdono caritatevole, ma Shōko passa dall’aver avuto paura al voler sinceramente bene.
Il “sacrificio” di Shōya rappresenta per Shōko forse un momento peggiore rispetto alla decisione di togliersi la vita, e non è un’esagerazione.
Lei non voleva più rendere nessuno infelice, e l’eventuale morte di una persona divenuta importante in così poco tempo l’avrebbe sentita tutta sulle sue spalle, le quali avevano già ceduto poco prima e non avrebbero certo retto un peso del genere.
La risposta che entrambi cercavano la trovano insieme, ma forse Shōko l’aveva già intuita molto tempo prima, e purtroppo Shōya non è riuscito a coglierla.

Yuzuru Nishimiya: Yuzuru è la sorellina di Shōko, ed è forse il personaggio che ha più influenza su Shōya.
Prova rancore verso il ragazzotto e vuole proteggere sua sorella allontanandolo di nuovo da lei, e per farlo non si tira indietro dal porgli davanti questioni come il “dover solamente perdonare se stesso” oppure il fargli notare l’inutilità dell’aver imparato il linguaggio “Shuwa”, che non lo renderà affatto una persona migliore né cancellerà tutto ciò che è successo.
Fortunatamente riesce a conoscere meglio Shōya in poco tempo, assecondandolo e dandogli una mano quando può nei suoi tentativi di riavvicinamento a  Shōko.
Yuzuru ama sua sorella, ha ovviamente imparato il linguaggio Shuwa, ma ciò di più grande che fa per lei è fotografare. Infatti si scopre non essere solo probabilmente una passione, ma fotografare cadaveri di animali e insetti è il modo che ha trovato per far cambiare idea a Shōko sul suicidio. Lei infatti sa cosa pensa la sorella maggiore, ed è ciò che la tormenta di più.
Quello di Yuzuru è il personaggio che fornisce la chiave a Shōko e Shōya per capirsi, è infatti lei che conosce profondamente la prima, ed è sempre lei la prima a conoscere meglio il secondo.

Naoka Ueno: Naoka è la vecchia compagna di malefatte di Shōya. Ha una caratterizzazione comune fino a un certo punto. Si rende abbastanza odiosa, è cattiva e meschina sia da piccola che da ragazza. Tenta infatti di riportare il suo vecchio compagno in questa spirale oscura, fortunatamente senza riuscirci.
Ciò che fa uscire però il personaggio fuori da questo schema è la tendenza ad utilizzare la violenza, anche su chi non ne è in grado o in situazioni formalmente proibitive.
Nonostante tutto questo però riesce alla fine a farsi addolcire dagli eventi e da Shōko, placando il suo temperamento e rendendosi più aperta alle gioie finali del film.

Miki Kawai: Miki fa parte come Naoka del vecchio gruppo di Shōya. È all’apparenza una persona dolce e comprensiva, tenera, e sa davvero esserlo, ma è profondamente ipocrita e a volte sembra essere più cattiva di Naoka, in quanto non si assume la responsabilità di nulla e addirittura rinnega i propri errori, gettandosi di proposito (forse) in un ridicolo vittimismo (almeno per lo spettatore).

Miyoko Sahara: Miyoko è l’ultima componente della vecchia classe dei bambini. È molto disponibile ed è l’unica che si adopera per imparare il linguaggio Shuwa e aiutare Shōko. D’altro canto però è molto timorosa, e per questo anche lei subisce le angherie del vecchio gruppo di bulli, finendo per cambiare scuola. E mentre per questo ci sono pochi commenti da poter fare, più in generale conserverà questa tendenza a “fuggire”.

Tomohiro Nagatsuka: Tomohiro, il ragazzo tozzo con i capelli improponibili. È il primo “nuovo amico” di Shōya. Si adopera e si fa in quattro a modo suo per conservare quella che è anche la sua unica amicizia. In breve tempo fa di Shōya il suo migliore amico, “sostenendolo sempre”, anche quando gli eventi hanno poco o niente a che fare con lui.

La “mutabilità dei sensi” ed “Eros e Thanatos”:

Koe No Katachi fa suoi diversi temi e adotta altrettante soluzioni per parlarne, e il modo in cui vengono proposte sono così realistiche da rendere certi approcci godibili e pieni di significato.
Mi permetto di riassumere i temi fondamentali come “mutabilità dei sensi” e “dubbio tra vita e morte” (o la questione di Eros e Thanatos, rispettivamente pulsione di vita e di morte).
Al primo ho fatto indirettamente riferimento nella breve descrizione di Shōya: mentre Shōko è fisicamente sorda e a metà tra il fisicamente (semplicemente per la difficoltà nell’articolare le parole) e il metaforicamente muta, lui e i suoi vecchi compagni sono tutti metaforicamente sia sordi che ciechi e muti; i motivi saranno chiari ormai.
Mentre i personaggi secondari imparano ad ascoltare, a vedere e a parlare solo dopo il gesto di Shōya, quest’ultimo, come Shōko, ha un rapporto molto più dilatato e conflittuale con la propria necessità di mutabilità dei propri sensi.
Per quanto riguarda i personaggi secondari, hanno tutti un’attitudine piatta verso se stessi: l’orizzonte del cambiamento c’è, ma è molto lontano, e a renderlo loro visibile è proprio Shōya.
La scena della “riunione” con i vecchi amici di scuola ci presenta proprio questo momento, si immagina sia difficoltosa certo, ma in quel momento è impossibile per tutti accettare che il mondo intorno a loro sia già cambiato da un pezzo; per loro il passato è diventato un presente illusorio e immutato, nessuno è riuscito a cambiare spezzando questo equilibrio e la giornata al parco divertimenti è l’anticipata dimostrazione di questo presente ancora acerbo.
Sul ponte tutto questo esce a galla e Shōya decide di isolarsi di nuovo, stavolta però non tenendosi nulla dentro: Naoka (Ueno) fa sempre troppo di testa propria, Miyoko (Sahara) è rimasta una codarda e scapperà come sempre, Miki (Kawai) pensa ancora solo a se stessa e Tomohiro (Nagatsuka) non lo conosce davvero. È questo il risultato del prematuro riavvicinamento. Nient’altro.
In quel momento né Shōya né Shōko (o Yuzuru) vengono propriamente colpiti come gli altri, questo perché, come anticipato, hanno un rapporto con i propri sensi diverso. Prendiamo ad esempio Shōya e il suo scontro/incontro con Yuzuru sul ponte.
Yuzuru elimina la divisione, Koe No Katachi, ombrello, rossoLa scena vede entrambi sul ponte, con la pioggia ed un solo ombrello che crea un’enorme divisione. Shōya risponde alle provocazioni di Yuzuru dicendole che sa di non essere la migliore delle persone, ma non vuole più far piangere Shōko, è quello che conta per lui. E allora l’ombrello rosso, come i vestiti della sorellina di Shōko, passa a lei in una riunione cromatica, così come una parte di lui le è appena arrivata, facendole cambiare idea sul suo conto.
Questa scena è la dimostrazione che in Shōya sono già insiti i presupposti necessari per imparare sia ad ascoltare sia a parlare, permettendogli di attivare per primo, nel futuro prossimo anche grazie a Yuzuru, quel meccanismo che saprà avvicinarlo a Shōko e che gli farà riscoprire i suoi sensi sotto una nuova luce.

Mentre il nostro protagonista ha a che fare con questo problema prima con Yuzuru, Shōko dà il meglio di sé proprio con lui, incarnando le risposte più semplici, e tuttavia geniali ed efficaci che si possano dare.
Ci sono due momenti preliminari di grande dimostrazione da parte di Shōko di aver fatto già dei grandi passi avanti rispetto a Shōya per la riconquista dei propri sensi.
La comunicazione silenziosa in treno, Koe No Katachi, luce, trenoLa prima di queste vede entrambi sul treno: lei gli scrive dei messaggi sul telefono ringraziandolo per ciò che sta facendo. Nonostante sia una scena muta, Shōko sta comunicando in tutto e per tutto con Shōya; è come se gli stesse dicendo: “abbiamo tanti modi per parlare, ed è così facile”. Il tutto è condito con una splendida luce che filtra tra i vetri del treno. È la prima vera scena in cui il rapporto tra i due sembra andare nel verso giusto, e se potesse essere rappresentata con dei colori su una tavola li richiederebbe tutti.
Una scena simile è quella dove Shōko prova a dichiararsi a Shōya, ma la sua difficoltà fisica nell’esprimersi impedisce all’ultimo di comprendere il suo “Ti amo”. Questo è un punto fondamentale della storia per due motivi: il primo è che Shōko crede di aver fallito nel suo intento e inizia a pensare che non avrà altre occasioni del genere. Il secondo invece riguarda il film stesso: non stiamo osservando la storia d’amore tra due ragazzi, ma stiamo assistendo allo sforzo immenso di una ragazza prima di tutto nel provare a dichiararsi, ma soprattutto nel tentativo di mostrare a Shōya ancora una volta, in questo caso come parlare. Non è un semplice “ti amo”, è un “viviamo”, è un richiamo vero e proprio all’Eros greco inteso come pura forza vitale, è un invito a trovare insieme una risposta alla domanda che entrambi si pongono da tempo.
Ed è proprio la domanda che riguarda la seconda macro-tematica: il “dubbio tra la vita e la morte”.
Shōko non vuole più vivere per non rendere infelice chi le sta attorno; non è riuscita ad accettarsi. Shōya non vuole più vivere perché dopo tutto ciò che è successo, non riesce a regalare un senso alla vita.
La creazione di questo senso avviene durante il festival (non fidatevi mai dei fuochi d’artificio in questi film), ove si trovano la famiglia Nishimiya e Shōya.
Shōko torna a casa, e Shōya si dirige nello stesso posto subito dopo per prendere la macchina fotografica di Yuzuru. Arrivato lì, il turning point e fulcro del film capovolgono ogni dinamica che abbiamo visto fin’ora. Shōko prova a suicidarsi lanciandosi dal balcone, ed è in questo momento che Shōya impara propriamente a parlare. È ciò che purtroppo serviva a chiunque per aprire gli occhi e imparare qualcosa proprio dal protagonista. È qui che impara a parlare perché sta chiedendo scusa a tutti, sta prendendo la sua vita in mano e la sta scambiando con quella di Shōko per poter dire: “Se fino ad ora non aveva senso che io vivessi, ora ne ho creato uno”.
Shōya rischiando la sua vita entra in coma, e da qui come citato sopra cambiano tutti gli equilibri; sembrano tutti essere debitori del ragazzo, e tutti tornano da lui, desiderando che lui torni da loro.
È questo il momento più difficile per Shōko forse; il peso del coma di Shōya è troppo per lei, vuole tornare ad avere fiducia nel fatto di poter imparare a parlare come ha fatto lui, vuole risolvere ogni cosa, ora tocca anche a lei, come a tutti gli altri.
I due si svegliano contemporaneamente una notte, e corrono al ponte dove si incontrano; legati da un sogno, legati dal defunto desiderio di morire, ora vogliono entrambi vivere.
“Vorrei che tu mi aiutassi a vivere” è la vera dichiarazione di amore (Eros, ricordo) che meritavano entrambi.

Le soluzioni artistiche e la magia della musica silente:

Sarò onesto, non mi intendo affatto di disegni, ma c’è da dire che ormai siamo abituati a disegni taglienti e allo stesso tempo puliti, precisi, e nel film questi non sono da meno; deliziosi è il minimo che si possa dire, altrettanto vale per le animazioni.
Una cosa di cui però vorrei parlare è l’espediente degli adesivi a forma di “X”, che rende perfettamente la condizione di cecità di Shōya, ma soprattutto del suo isolamento, del suo non riconoscersi da nessuna parte, della sua sensazione di inadeguatezza e di grande difficoltà a stare in mezzo ad altre persone. L’ho molto apprezzato, si tratta ancora una volta di quelle soluzioni semplici ma sorprendentemente efficaci.
Ciò su cui invece vorrei spendere qualche parola in più riguarda la musica, e lo dico subito: non poteva essere meglio ideata, composta e realizzata.
Il compositore Kensuke Ushio ha scelto di registrare tutti i suoni del pianoforte dall’interno di esso, registrando il suono dei martelletti, il suono del pedale, il tocco dei tasti e così via. Ciò deriva dal voler andare incontro a chi utilizza apparecchi per poter sentire, ma mi permetto di aggiungere che questa scelta tanto semplice (ancora), quanto innovativa, simboleggia anche l’importanza di suoni che per la maggior parte delle persone sono solo rumori, sono scontati e come tali non devono disturbare la melodia vera e propria della musica. Non è scontato ciò che udiamo, e personalmente riuscire a distinguere nei brani della colonna sonora anche quei suoni ha fatto una grande differenza.
Gran parte della colonna sonora è silente (non a caso a silent voice), la prima volta che ho visto il film avevo dimenticato ci fosse stata la musica; è perfettamente in linea col tema della sordità in generale. C’è ma sembra non sentirsi, non si fa notare, mentre nei momenti in cui Shōko vuole imparare a sua volta a parlare la musica esplode, così come esplode sul finale, quando anche Shōya sarà in grado di sentirla.

Il finale e il ritrovamento dei sensi della vita:

Ed è proprio adesso, nel finale, che i tempi sono maturi per tutti, Shōya e Shōko hanno capito come cambiare, e gli altri hanno capito di poterlo o non poterlo fare; questo non è importante, perché in ogni caso si tratta di vivere. Si ritrovano tutti a scuola con animo diverso, temprato dagli eventi e più consapevoli di sé. Una volta fuori è il momento del gran finale.
Lo Shōya cieco e con le mani a coprirsi le orecchie riesce piano piano ad alzare la testa, aprire gli occhi e a liberare le mani. Ora non è più sordo né cieco. Ha imparato prima a parlare, poi a vedere e sentire: il più grande cambiamento lo ha ottenuto grazie a Shōko, tutti gli altri e se stesso.
Si conclude così il film. È una storia reale, che prevede una narrazione che ti stringa e poi ti lasci andare sul finale. Non ha bisogno di essere affascinante né spettacolare, perché sa come essere bella nel senso più puro del termine. Ti convince che tutto ciò che hai visto sia accaduto realmente, e che capire di voler vivere non solo è la scelta “giusta”, ma anche la meno scontata.
Shōya e Shōko hanno ritrovato insieme “i sensi della vita”.

Koe No Katachi è un film che va assolutamente visto, non come film del pomeriggio ma come importante opera. Per chi già l’ha visto invece, sarebbe un’ottima idea rivederlo in futuro.

Note addizionali

La magnifica colonna sonora mi ha spinto a realizzare una cover del brano suonato nella scena finale: “lit”, la trovate qui:

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